E nei paesi ricostruiti dopo un disastro, terremoto o frana/
nei paesi nuovi, progettati
secondo un razionale disegno, un'idea d'armonia,
nella libertà da ipoteche, condizionamenti, arcaiche
schiavitù nate da ristagni storici, che nasce nelle
trame limpide delle strade, negli slarghi ariosi, nelle piazze
degli incontri e degli scambi, una nuova cultura, un atteggiamento
attivo nei confronti della vita, un sentimento
egualitario dello stare insieme, un'idea progressiva della
storia.
Omero ci racconta di quel regno d'utopia, della terra dei
Feaci, dove era approdato Ulisse il naufrago, di quei Feaci
che erano fuggiti dalla barbarie, dall'oppressione dei Ciclopi,
e nella nuova colonia avevano creato ricchezza e armonia,
fatto fiorire il canto,
la poesia. A noi più vicino, Vittorini, ne Le donne
di Messina, ci dice della costruzione, dopo il disastro della
guerra, d'una nuova città di libertà e di democrazia.
Ma, al di là del racconto, nella storia, così
è successo nell'oriente di Sicilia, dopo un
devastante terremoto, in città nuove come Noto, Avola
o Grammichele. Così è successo
nella plaga del Tirreno a paesi come Gioiosa o Castanea. Così
è successo a Santo
Stefano di Camastra. La frana, si sa, del 1682, portò
la popolazione in giù verso la
costa, in quel poggio piano, quell'aereo terrazzo sopra il
mare dove il duca di
Camastra disegnò il nuovo insediamento sull'idea aulica
del regale giardino di
Versailles.
Avvenne qui che la più arcaica, la primigenia attività
dell'uomo, quella di impastare il
fango, l'argilla, aggregare il disgregato, dar forma all'informe,
unire necessità e
bellezza, s'incontra con la nuova cultura, con la nuova volontà
di fare, di costruire
degli Stefanesi.
In tanti ci hanno raccontato l'epopea della ceramica in Sicilia,
dal Russo Perez al
Ragona, delle sue remote origini, del rinverdirsi qui e nel
ricrearsi con inediti
linguaggi, degli stilemi d'oriente passati per il Mediterraneo,
per la Spagna islamica e
rimbalzati, riinnestati nella nostra Isola, trovando a Palermo,
a Trapani, a Sciacca, a
Caltagirone le espressioni più alte e nei centri minori,
a Burgio, Collesano, Patti, Santo
Stefano accenti più umili ma efficaci. Altri autori
ci hanno spiegato i processi di
quest'industria, della sua dura fatica e del suo slancio di
fantasia, dell'incontro
miracoloso in essa dei quattro eterni elementi empedoclei,
della sparsa, bruna terra
che si tramuta in forma, colore, luce.
A Santo Stefano la ceramica d'uso aveva la preminenza, la
stoviglieria della necessità
quotidiana aveva linguaggio essenziale, tono incisivo e affascinante
- si guardino le
giare, le anfore, le brocche, i piatti: forme antiche, classiche,
di chiarezza attica.
Ma nella crisi della fabbrica di Patti, nella saturazione,
nel tramonto di officine di
preziosità esornative, invadeva il campo l'energia,
la tenacia, la fantasia della "nuova
colonia" di Santo Stefano. Le fabbriche degli Armao,
dei Gerbino, di tanti altri, con le
loro mattonelle maiolicate, i loro mattoni di Valenza, invadevano
il mercato, toccavano
le coste mediterranee, penetravano finanche in città
di tradizione ceramistica come
Palermo o Caltagirone.
Si sa cosa avvenne dopo: il processo d'industrializzazione,
la nascita di sorde materie
artificiali cambiavano il mondo, spiazzavano l'antica ceramica
d'uso. E Santo Stefano
s'indirizzò soprattutto verso la ceramica d'ornamento.
La Scuola di ceramica promosse
e accompagnò questa nuova direzione.
La Mostra d'ogni anno celebra dunque, oltre il nobile, tradizionale
artigianato, le
ricerche, gli approdi a forme d'arte, linguaggi inediti che
affondano però le radici nella
memoria.