Lo schema planimetrico cardinalmente orientato
di S. Stefano è dato da un quadrato, con assi e diagonali
costituenti diagonali e assi di un minore inscritto; le linee
sono vie, i punti d'intersezione piazze. Ricondotto a un modello
geometrico, il centro costiero è stato considerato,
insieme alle di poco successive Grammichele e Avola, come
esempio siciliano, invero epigono, di città ideale,
aderente agli schemi della trattatistica rinascimentale e
di quella barocca. L'accostamento dei tré episodi è
pure fondato sulla figura del palermitano Giuseppe Lanza Barresi
duca di Camastra, protagonista della ricostruzione di S. Stefano,
dopo la frana del 1682, essendone feudatario, e di quella
delle tante città della Val di Noto, dopo il terremoto
del 1693, essendo all'uopo nominato vicario generale. È
unanime il giudizio critico secondo cui agli schemi ideali
degli insediamenti non corrisponda il concretarsi delle quantità
residenziali affidate ali'autocostruzione degli abitanti che,
per origine e cultura, hanno riproposto i tipi edilizi dell'abitato
agricolo, quali le case a schiera, costretti nell'impianto
aulico e, quindi, privati di ogni elasticità funzionale.
Questa frattura fra insediamento pianificato e articolarsi
spontaneo dell'abitare è tipicamente urbana e caratterizza
la ricostruzione dei centri agricoli della Val di Noto. Ma
se per Grammichele e Avola è immediato il riferimento
a Palmanova, progettata e costruita nel 1593 come piazzaforte
di confine, e ad altre città europee strutturate su
moduli militari, estranei alle dinamiche socio-economiche
di quelle comunità siciliane e anacronistici sotto
il profilo strategico difensivo che altrove li aveva imposti,
come dimostra in ambo i casi l'assenza di perimetro fortificato,
per S. Stefano non è altrettanto agevole l'individuazione
di certi precedenti urbani. In effetti, i modelli che la letteratura
critica ha ipotizzato noti al Duca attraverso le frequentazioni
degli ingegneri militari attivi in Sicilia, quali Carlos De
Grunembergh, a meno d'un'altra piazzaforte, l'incompleta Henrichemont
cinta da fortificazioni (1608), mi pare si fondino s'uno schema
quadrangolare semplice, non sull'interscambio tra assi e diagonali
di due quadrati, i cui schemi ideali, com'è stato osservato,
non si rinvengono in trattatistica e non afferiscono l'artificio
urbano, ma quello naturalistico: in particolare il quadrante
nord-est del parco di Versailles (1661); così meglio
spiegando anche le analogie tra lo schema planimetrico di
S. Stefano e quello della palermitana Villa Giulia (1779)
di Nicolo Palma. La dimensione effettiva dell'intervento ricostruttivo
è anch'essa non urbana: ove si consideri che il quadrato
esterno ha un lato di circa 200 metri e che il suo perimetro,
scandito da pochi varchi, è palazialmente definito
dagli edifici più rappresentativi sui lati settentrionale
e occidentale, e, comunque, di maggiore altezza rispetto al
tessuto residenziale interno, possiamo individuare nel baglio
agricolo siciliano il modello organizzativo e gerarchico dell'insediamento;
qui più evoluto, con la grande corte centrale impegnata
dalle case autocostruite dai contadini del feudo, coerentemente
con l'assunto tipologico. A questa confinata scala, la stessa
di quel quadrante di Versailles e della villa di Palermo,
primariamente architettonica, è possibile esperire
il tentativo di sintesi del contrasto altrimenti irriducibile
fra impianto radiale della città ideale e a scacchiera
di quella di fondazione, che solo l'istanza architettonica
di riconduzione a unico modello progettuale poteva motivare;
non avrebbe prodotto, infatti, eguale esito l'assenza di confine:
nella più grande Enrichemont, pur perimetrata da mura,
è stato necessario ricorrere alla ripetizione dell'incastro
di quadrati e, quindi, alla
sintesi e controllo.
Il quadrato esterno come confine, bordo, recinto,
architettura e inquadramento
dell'intervento ricostruttivo, induce la riconsiderazione
del rapporto tra insediamento
e paesaggio e, in specie, col mare: non indifferente
ne casuale, ma pensato.
S. Stefano soddisfa il reinsediamento d'una
popolazione collinare lungo la costa s'una
terrazza naturale prospiciente il mare; per
un diverso destino produttivo non più solo
d'agricoltori, ma anche d'artigiani e commercianti,
fors'anche di pescatori e armatori:
punti di vista privilegiati e simbolici del
percorso fatto e di quello a venire, non
potevano che essere la discesa dal monte e
la navigazione costiera.
Chi scendeva dall'antico borgo sul monte Santa
Croce inquadrava dall'alto l'insieme
del nuovo centro nella sua geometria, definitivo
superamento d'un mondo solo
scandito da ritmi naturali, di cui residua
unicamente la più salubre esposizione
oriente-occidente delle case a schiera; chi
navigava doveva individuare con
immediatezza quel nuovo centro, attraverso
le rilevanti architetture palaziali dei bordi
settentrionale e occidentale percepibili dal
mare, richiamo per un utile e possibile
approdo fra Caronia e Tusa, fonte di scambio
e ricchezza.
Luogo confinato, ma non chiuso ne murato, da
una sequenza di palazzi di maggiore
scala, da una palazzata e, fra questa e il
mare, dal verde disegnato d'un parco
degradante.
S. Stefano, diversamente dalle città
ricostruite in Val di Noto con regìa dello stesso
Duca, ha quindi i bordi progettati; i molteplici
perché afferiscono a un tempo la cultura
materiale contadina, il baglio, e quella intellettuale
del Duca, la tentata sintesi fra due
diversi impianti, e in questa ricorrente volontà
di dispiegamento e superamento dei
contrasti va forse individuata, più
che altrove, un'intenzione esoterica.
Il confronto fra i noti dati di censimento
anteriori al 1682 e d'inizio e fine del 18°
secolo, induce ulteriori considerazioni: prima
della frana S. Stefano di Mistretta aveva
1.187 abitanti e 314 case; nel 1713, quando
la ricostruzione era pressoché completata ed
erano state costruite 281 case, la popolazione
era di 754 abitanti; nel 1790 di 2.090 e
molte case erano state sopraelevate; l'ulteriore
incremento ha comportato ampliamenti
dell'insediamento prima verso est, poi verso
sud, oltre i bordi del quadrato.
Il Duca ha pensato, quindi, un centro non più
grande dell'originario, capace di
contenere una popolazione non eccedente 2.000
abitanti; tetto oltre il quale sarebbe
occorso un nuovo insediamento, pena lo stravolgimento
del principio insediativo,
attraverso l'ormai avvenuto scavalcamento dei
bordi.
Anche per tal verso, ritroviamo l'unità
di vicinato su moduli dimensionali di vita
agricola, presi a modello non dalla trascorsa
utopia rinascimentale, ma da quella
operaista a venire: i villaggi di armonia e
cooperazione di Robert Owen (1771-1858), i
falansteri di Charles Fourier (1772-1837) e
i familisteri di J. Baptiste Godin (1817-1889);
pervenendo su questa misura e per questa strada
alle hoff viennesi (1920), ai grandi
isolati a corte del piano della Mosella nella
ricostruzione messinese dopo il terremoto
del 1908, e a modelli di progettazione della
città contemporanea, come Vimmeuble-villas
(1922) e l'unite d'habitation (1944) di Le
Corbusier (1887-1965). In breve, credo che il confronto fra
l'episodio ricostruttivo di S. Stefano e quelli della Val
di Noto orienti non verso l'omologazione dei modelli, ma verso
la loro diversificazione; che quello stefanese sia di colta
matrice naturalistica, anche per questo aderente al territorio
su cui insiste e ai modi agricoli della comunità insediata,
tendenzialmente autoctono e da questa serenamente vissuto,
contemporaneo e democratizzante, di scala sostanzialmente
architettonica, sicché vano appare segnalare assenza
d'emergenze e povertà di tessuto, dovendosi riguardare
come fatto unitario, proiettato al di là delle dicotomie
spaziali e delle divisioni sociali, e, quindi, oltre il suo
tempo e il suo fisico contesto, e che in quest'ottica vada
reindagato.
Gesualdo Campo