Ho un ricordo di vergogna del mio primo viaggio
a Parigi. Non una grande vergogna -queste si dimenticano,
o si rimuovono- ma una piccola vergogna, di quelle che ciclicamente
ritornano dandoti un po' di fastidio, ma anche un po' di consapevolezza:
frammenti di vergogna misti a frammenti di orgoglio, se non
altro perché ti senti capace di riconoscerle e accettarle,
le piccole vergogne, s'intende. A metà di un giorno
freddo di novembre mi avviai, gustandomi i passi, verso Piace
de la Bastille. Vi arrivai. Eccitato e infreddolito entrai
in una brasserie ad angolo sulla piazza, mi sedetti nel posto
migliore per vista e accoglienza, appiccicato alla grande
vetrata che abbracciava il locale. Da lì potevo vedere
tutta la piazza; mi divertivo compiacendomi a spannare a piccole
feritoie il vetro che avevo davanti: così scoprivo,
come e quando volevo, nuovi angoli e nuova gente. Sorseggiavo
quella vista così come la mia birra, il tepore del
locale, le facce belle, il mio sentirmi curioso e vivo nella
bella città che ti chiede di starci. Il mio piacevole
pellegrinaggio a quella piazza era motivato dal desiderio
di visitare i luoghi che erano stati teatro di quel mondo
moderno del quale sono figlio, dove uomini miei padri avevano
posto le condizioni grazie alle quali io, oggi, sono un citoyen,
ovunque e comunque mi trovi. Anche per rodare le mie briciole
di francese, con goffa spavalderia chiesi ad un cameriere
venuto a sostituire con uno pieno il mio boccale di birra
vuoto, dove fosse la Bastiglia. Con una faccia gentile e dispiaciuta
per non potermi pienamente accontentare, mi indicò,
attraverso l'ampia e appena sbrinata vetrata, il centro della
piazza: "Signore, la Bastiglia non c'è più,
era al posto di questa piazza. Vede quella colonna al centro?
Era più o meno lì, e anche dove siamo noi; in
quella colonna sono scolpiti i nomi di alcuni che la gettarono
giù... duecento anni fa". Uno come me, che fino
a pochi anni addietro, già milite-assolto, sposato
con figli, pensava che la Corte dei Conti fosse una "sopravvivenza
istituzionale" del passato regime monarchico, oramai
di così abissali picchi di ignoranza non si stupisce
neanche più con se stesso, ci convive e basta. Ma stavolta
era grossa. Non potevo neanche appellarmi a una qualche forma
di sarcastica patologia ironicamente autodistruttiva che di
tanto in tanto mi affligge, provai solo vergogna. Quegli accadimenti
li conoscevo, magari con superficialità, ma non maggiore
o minore di chi agli stessi si è accostato, anche da
lontano e senza competenza, ma almeno con passione e interesse.
Sapevo che la Bastiglia era stata assaltata e anche distrutta,
ma almeno un rudere, un qualche cosa che dicesse: "Vedete:
questo è ciò che rimane della Bastiglia!".
Invece, niente! Il fatto, cioè la parte più
importante della storia e che a me era sfuggita, è
che della Bastiglia non rimane proprio niente. Forse proprio
per questo quella storia è stata importante, forse
per questo io sono citoyen, malgrado me stesso. E malgrado
il fatto che non riuscivo a concepire una storia senza ruderi.
Forse perché sono nato in Sicilia, e qui la storia
è fatta solo di ruderi. Qui la giustizia la fa il tempo.
Ma una giustizia autoreferenziale, non una giustizia degli
uomini, per gli uomini. Qui i ruderi "nascono" grazie
al tempo, con la complicità di uomini l'incuria dei
quali, per paradossale inversione, sostituisce il mancato
sdegno di altri uomini passati che non resero, allora, rudere
ciò che li opprimeva; divenendo, per questo, anch'essi
ruderi, contemporanei ai ruderi del tempo. Qui le Bastiglie-rudere
sorgono spontanee, ma non sono ne vere Bastiglie, ne veri
ruderi. Come fanno ad essere veri ruderi, se i figli o i nipoti
di chi, sputando sangue, eresse cattedrali, monumenti e ville,
oggi si compiace della menzogna di don Fabrizio: "...questi
monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili
perché non edificati da noi...". Lasciamo stare
don Fabrizio, ma per questi figli e nipoti, chi eresse, allora,
questi monumenti? Non riconoscono, forse per mimetizzarsi,
che questi monumenti furono edificati proprio dai loro padri
-sputando sangue, appunto- il cui unico torto fu quello di
non averli distrutti come tante piccole e grandi Bastiglie,
proprio per averli edificati sputando sangue? Tanto che don
Fabrizio, non riconoscendosi in quelli che sputando sangue
li hanno edificati, dice che "noi" (cioè
lui) non li abbiamo (non li ha) edificati. Rinunciare al merito
è anche un modo per rinunciare alla responsabilità
sia dell'averli eretti allora, sia del lasciarli decomporre,
oggi. Ecco perché a molti di quei figli dell'obliata
vessazione conviene fingersi dalla parte di don Fabrizio:
vuoi per opportunismo, vuoi perché unica strisciante
rivalsa sopravvissuta è lasciare distruggere quei monumenti,
non potendoli più abbattere. Anche perché non
c'è contro chi farlo, non ci sono "don Fabrizi"
a cui tagliare la testa, o se ci sono, per quanto oggi valgono,
non vale più la pena farlo. E così i ruderi
restano "fantasmi muti" e noi tutti sordi, noi tutti
indistinti don Fabrizio, Calogero Sedara, Beppe Merda, un
po' questo, un po' quello, un po' tutto, tutto niente. E allora
cosa e chi rappresentano questi ruderi? Non certo quelli che
per non avere tagliata la testa non se ne sono intestata la
paternità, e neanche coloro che materialmente li hanno
eretti perché i loro figli per primi non li vogliono
ricordare, essendosi spesso traghettati dalla parte di coloro
che ai loro padri facevano sputare sangue. Tutti i ruderi
che ci circondano non rappresentano niente e nessuno: sono,
viceversa, la nostra storia contemporanea. Memoria di finta
nobiltà, vigliaccheria di potenti e impotenza di disperati.
Sono la storia di quello che siamo, con tutti nostri sensi
di colpa, per tenere lontana la colpa; ipocrite indignazioni
a costo zero, tutti accomunati in un indistinto coro di rimpianti,
lagnanze, lacrimevoli ricordi per tenere lontana la memoria
di quello che avvenne o che non avvenne. Quanti di noi si
chiedono perché e che ci stiano a fare immense e arroganti
cattedrali in agglomerati di miseria, immerlettate teorie
di esagerate ville in deserti di povertà, sontuosi
palazzi nelle città infelici? La miseria, la povertà,
l'infelicità dell'attorno, mai intrinsecamente e propriamente
riscattatasi, è oggi l'indistinto degrado che accomuna
palazzi e catoi, vittime e carnefici. Le ghigliottine da noi
sono arrivate -qualcuna- non per quello a cui servirono altrove,
ma per andare direttamente al museo; ecco perché per
sempre succedutisi scampati pericoli, ogni tanto qualche paternità
salta fuori, e con la scusa della cultura negata, magari insultando
altri per il degrado del quale "loro" non hanno
colpa, le teste incollate si sacrificano nel restaurare qualche
"loro" palazzo, ma con soldi e contributi di tutti,
novelli ed eternizzati anonimi sputasangue ai quali demagogicamente
viene restituita la "loro" cultura (leggasi: socializzare
le perdite) attraverso la rimessa in opera di manufatti che
appartenendo a qualcuno, culturalmente e solo culturalmente
però appartengono a tutti (leggasi: privatizzare i
profitti). Ecco perché è difficile che qui si
abbia una cultura profittevole e un profitto culturale. La
volgarità imbellettata si ripresenta con manufatti
che, quando sono nostri, crollano da soli, e quando non sono
nostri ridiventano spettri impossibili da afferrare. Ma non
è così ovunque e comunque. Ci sono posti in
Sicilia dove tutto questo non vale; pochi, ma ci sono. Provate
ad andare a Santo Stefano di Camastra. Lentamente potrete
rendervi conto di quanto è diversa, cioè normale.
Non commettete l'errore di chiedere, appena arrivati, dove
si trova la "nota" cattedrale di Santo Stefano,
fareste la stessa figura di quell'imbecille che chiese dove
fosse la Bastiglia in Piace de la Bastille. Non perché
la "nota" cattedrale di Santo Stefano sia stata
assaltata e distrutta da inferociti rivoluzionar! mangiapreti,
o perché da sola si sia fatta giustizia, ma molto più
semplicemente perché a Santo Stefano non c'è
mai stata una cattedrale, almeno del tipo e delle dimensioni
impertinenti alle quali siamo abituati anche quando in Sicilia
si visita poco più di un villaggio. Santo Stefano è
stata risparmiata dai "monumenti magnifici" e così
è stata anche risparmiata dalla "incomprensibilità".
Qui sono più "noti" gli uomini che le cattedrali.
Provate a chiamarli con nome e cognome, sono tutti importanti
qui, e i loro padri sono ricordati non per le cose che hanno
fatto -le cose sono veramente di tutti- ma per il fare stesso.
I loro nomi si rincorrono, ci metterete poco a conoscerli
e a essere conosciuti, vi sentirete vivi e curiosi nella bella
città che vi chiede di starci. Perché Santo
Stefano è una città. E' una città perché
ci sono chiese e non cattedrali improprie, ci sono case e
non palazzi impertinenti, ci sono fornaci, laboratori, vetrine
e non sbuffanti e ingiustificate ville. E' una città
perché ci sono i cittadini! Gli abitanti di Santo Stefano
sono cittadini da più tempo di altri siciliani, molti
dei quali, forse, siamo ancora rimasti sudditi. Santo Stefano,
risparmiata dalle mortifere seduzioni di gloriosi passati,
non vive di decadenza, la memoria qui non è rimpianto,
serve al futuro, per questo non la si dimentica ne la si imbalsama,
qui la storia continua, altrove deve ancora cominciare. A
noi sudditi, non ancora cittadini, viene spesso difficile
comprendere il comprensibile, indaffarati come ci teniamo
con l'ineffabile, o a correggere gli sbuffi di metafisica
consegnatici da origini menzognere, o a inseguire tracce di
giustificazioni, appigli sempre più fragili e viscidi
con i quali rimandare la storia. Qui i cittadini donne, uomini,
bambini, lavorano la terra, non la feriscono, non la graffiano,
non ci sputano sopra per stanchezza o insoddisfazione, non
la sfruttano; la modellano, le danno una forma, un garbo,
la organizzano, la colorano, la accarezzano, la truccano,
la fanno più bella. Sopra ci scrivono i loro pensieri,
i loro simboli antichi, gli alfabeti futuri. Qui continua
il movimento dell'origine, la terra gira come gira la terra,
come le galassie, con acqua e fuoco, accarezzata da mani che
danno forma, vita, anima. Qui l'uomo fa con la terra quello
che Dio fece con lui. Qui la ragione di Dio e quella dell'uomo
sono la stessa ragione. Molecole di argilla si incontrano,
si tengono per mano per fare un bei vaso, un piatto, una giara,
una pupa, un leone, una colomba così come viene, perché
qui l'argilla, i colori, le forme, decidono pure loro, la
terra qui non è offesa, è invitata a crescere.
Qui anche le cose hanno diritto di cittadinanza, sono anche
loro soggetti aventi diritto, non vogliono essere considerati
oggetti per essere divisi, amministrati, spartiti in belli
e brutti come gli csteti a pagamento con il loro divide et
impera vorrebbero. Qui le cose stanno assieme come gli uomini,
le donne, i bambini, secondo ragione, con le loro ragioni,
senza ne possessori ne posseduti; qui le cose sono di chi
le fa, la città è di chi ci sta, le persone
di chi le ama: "Di chi è il territorio? Dovrebbe
essere di chi ci sto e di chi lo ama, dei cittadini quindi,
ma rischia di essere di chi lo ha, della mafia". La lucida
diagnosi di Giancarlo Caselli vale per molti di noi ancora
sudditi, che cittadini dobbiamo diventarlo. A Santo Stefano
già lo siamo. Per me, nato a Palermo dove risiedo e
vivo, andare a Santo Stefano è un po' come tornare
a casa, anche se lì non ho casa; è divenire
e sentirmi cittadino in una città che per questo è
anche mia come lo sono tutte quelle dove il mio diritto di
cittadinanza è compiuto. Qui cittadini lo si è
diventati presto, prima ancora di altri. Come dice il mio
amico Filippo, cittadino-filosofo-artigiano (ma qui lo sono
tutti): "In questi posti il tornio girava ancora prima
che si sapesse della terra attorno al sole". Forse per
questo qui non ci sono tolemaiche cattedrali, che il troppo
star ferme fa crollare. La terra qui si trasforma, gira, gira,
gira attorno a se stessa e se si rompe, rigira, e diviene
qualcos'altro, sempre se stessa, terra, come la Bastille che
oggi è diventata una piazza, dove è bello starci.
Silvio Governali