Dopo una giornata da turista in giro per S.
Stefano, la sera del Venerdì Santo arrivò propizia
a proporre un po' di silenzio, il recupero del tempo e la
fruizione pacata, per me che abito in città, degli
spazi del paese. E finalmente, con il buio, si accesero le
luci del sacro, le centinaia di piccole luci che avrebbero
accompagnato ancora una volta l'eterno racconto della storia
di una madre straziata per la morte del figlio e di un figlio
morto pazzo d'amore. Con grande sorpresa scoprii che a S.
Stefano, diversamente che in altri luoghi del sud, la processione
era scandita da cori maschili rituali che ad ogni 'stazione'
della Via Crucis proponevano, in dialetto siciliano, note
e parole sconosciute ai più, secondo gli usi di una
remota tradizione orale. Bellissime, poi, le statue dell'Addolorata
e del Cristo morto e affascinante l'andamento dell'intera
cerimonia, dalle musiche, alla partecipazione popolare.Eppure
c'era qualcosa che frenava il mio coinvolgimento e la mia
partecipazione emotiva di fronte all'incarnazione del dolore
e del lutto. Conoscendomi, la mia parziale chiusura mi appariva
incomprensibile e immotivata. Fu solo il caso che mi aiutò
a capire. Le mie amiche stefanesi, delle quali ero ospite,
mi invitarono ad assistere al resto della processione dal
balcone di una anziana parente. Salita qualche rampa di scale
e affacciatemi, vidi alla mia sinistra avvicinarsi la processione,
ma scorsi alla mia destra, dall'alto i tratti dello straordinario
panorama che, durante il giorno, mi aveva tanto colpito. Di
nuovo una bellezza quasi assoluta, il senso di grandiosità
di tanto cielo e mare mi pervasero. Nonostante fosse notte,
tornai a percepire - quasi visivamente - il bagliore e la
luminosità che per tutto il giorno mi avevano accompagnato
nel corso del mio girovagare per S. Stefano. Ricordavo perfettamente
che, ad un certo punto, grazie alla posizione particolare
del paese - seduto nella piazzetta - vedevo il sole sopra
la mia testa riflesso, oltre che dallo smalto delle onnipresenti
ceramiche, dal blu e dall'azzurro di mare e cielo, in una
specie di caleidoscopio abbagliante. E mi sentivo, un po'
come ubriaco, spinto dalla piazzetta alla balconata a picco
sul mare per sorseggiare l'incredibile panorama e poi ancora
fra gli "specchi" della terrazza, comunque al centro
di una festa di luce. Pochi secondi dopo tornai, alla mia
sinistra, al fercolo dell'Addolorata, il cui bellissimo volto,
nel frattempo, mi passava vicino. Mi accorsi che, pur nell'intensità
del suo dolore, mi appariva diversa. Capii che ad essere diverso
ero io. Fra me e Lei una distanza: quella del cielo, del mare,
dei colori, e di tanta luce. E il tempo del lutto è
invece quello del buio e della notte. S. Stefano, lo spicchio
di luminosa bellezza che domina dall'alto e che riflette nelle
sue ceramiche, avevano per un attimo operato un miracolo 'al
contrario'. Decine di secoli, nel corso dei quali, partendo
da Efeso, era stato possibile agli esseri umani trasformare
Cibele, la Dea Madre, in Artemide, vergine e "Kurotrophos"
(nutrice); nella Magna Mater Idaea, venerata sul Palatino;
è infine, tornando di nuovo ad Efeso, in Maria madre
di Gesù - la Vergine per eccellenza - erano stati di
colpo cancellati nella mia mente. E se la notte del Venerdì
Santo non fosse arrivata, è il caso di dire - provvidenzialmente
- a interrompere la mia regressiva e temporanea paganizzazione,
chissà che dall'alto della scatola di specchi che è
S. Stefano, sotto il sole, non avessi scorso avanzare fra
le schiume l'Afrodite Anadiomène del caro Bufalino
o, fra i flutti la Lighea di Tornasi di Lampedusa. O, perché
no, più in alto, a sfiorare appena le acque, vagamente
somigliante a una delle Madonne dei Gagini, Artemide stessa,
bella e immutabile, con un sorriso incerto e appena abbozzato,
con le orbite vuote, piene di cose lontane...
Salvatore Intelisano