Il siciliano è stato, forse è
ancora, fra i più laboriosi popoli del globo. Costretto
dalle canicole truci, dalla cronica siccità, a combattere
battaglie perdute contro una terra tanto più restia
quanto più densa di esuberanze e succhi carnali, il
siciliano s'è sempre ingegnato di cavare da queste
costrizioni il massimo profitto, e non solamente ai fini,
ovvi, della sopravvivenza, ma, con lo stesso entusiasmo e
la stessa caparbietà, ai fini della bellezza. Questo
mi pare il carattere più immediato che distingue l'operosità
isolana: una nativa destrezza mai soddisfatta da semplici
risultati economici ma spontaneamente intesa alla ricerca
d'un valore aggiunto (solo in apparenza superfluo) di leggiadria
e di ricreazione. Al punto che non esce dalle mani dell'operatore
nessun oggetto utilitario dove non splenda altresì
un qualche lume d'arte o d'artifico; nessun manufatto d'uso
comune che non lasci intravedere dietro di sé un miraggio,
una "trovatura" (così nel mio dialetto chiamano
i tesori nascosti) fantastica e lietamente arbitraria. Gli
esempi soccorrono subito: solo qui s'è saputo, aggiungendovi
un pennacchio e qualche icona di sfide paladinesche, trasfigurare
l'antico connubio cavallo-carro, legato ai pericoli del viaggio
notturno, alle insidie dei mali passi e dei malandrini, in
un favoloso fiammeggiante tabernacolo semovente; solo qui
s'è saputo conferire alla curva di una falce o di un
vaso, allo spigolo d'un muro di fondaco o di palmento quel
di più d'eleganza e di vacanza che li riscatta dalla
dannazione del sudore e delle lacrime e li rende "umani",
quindi sostanza di memoria e di amore. Parlo, si capisce,
soprattutto d'una cultura d'ieri, la cultura della "bottega";
dove il "mastro", come nel Rinascimento a Firenze,
insegnava e l'apprendista apprendeva con gli occhi lucidi
e il cuore riconoscente. Oggi molte cose vanno mutando, non
fosse che per l'effetto perverso di talune norme di legge,
di per sé sacrosante, che, mentre intendevano proteggere
i minori da ogni prevaricazione e sfruttamento, hanno finito,
in pratica, col recidere quella cinghia di trasmissione di
precetti e di segreti che un tempo correva naturalmente dalle
labbra dell'anziano depositario alle orecchie avidissime del
ragazzo Non è il caso di disperarsi. Ogni civiltà
s'inventa le sue forme e i suoi simulacri a spese della precedente.
Se l'artigianato siciliano, quale l'abbiamo conosciuto tanti
anni fa, è defunto o quasi, non è meno vero
che un altro va nascendo in sua vece, e che attraverso questo
ricambio di usanze e di liturgie si costruisce istante per
istante il nostro futuro. Non c'è che da guardarsi
attorno per vedere il contadino trasformato in serricultore
e il carrettiere in camionista. Accanto al cimitero dei mestieri
scomparsi pullula e urge la ressa delle nuove incombenze,
ora innestando sui rami senescenti della trazione un germoglio
più verde, ora improvvisando materiali e tecniche inedite
in omaggio ai nuovi bisogni. Certo duole che il ciabattino
abbia smesso di picchiare sul deschetto davanti all'uscio:
che zi' Dima non si chiuda più a cucire refe di ferro
dentro una giara gigante, al riparo del solleone; che i fonditori
di campane si siano ridotti a un solo eroico superstite, nel
paese agrigentino di Burgio... ma, in compenso, quale vivaio
di recenti o rigenerate/ fabbrilità è tuttora
la Sicilia! Dai ceramisti di Santo Stefano di Camastra e di
Caltagirone, che nel solco del passato camminano con passo
sicuro, ai segantini di Comiso, abili a trattare il marmo
con virtuosità di scultori; dai corallari di Trapani
alle tessitrici e merlettaie ericine; dai falegnami bagherioti
di bambole e pupi ai fabbri giardinesi di ferro battuto, ai
carradori palermitani e catanesi... dovunque telaio e pialla,
scalpello e tornio, sotto l'impulso di un braccio femminile
o maschile, fanno ancora udire la loro musica propiziatoria,
parlano un linguaggio di saviezza e salute in un mondo e in
un tempo che per molti versi sembrano averlo disimparato.
Gesualdo Bufalino